giovedì 30 gennaio 2014

LAVANDERIA VECCHIA

Più volte mi hanno parlato di questo ristorante, spesso bene, quindi ieri sono rimasta molto sorpresa dal fatto di non essere uscita per nulla soddisfatta dalla cena servita.

Ho deciso di andarci pur sapendo il costo perché ogni tanto ce vo, e lo dico alla romana.
L´ho scelto anche perché so che i proprietari hanno un casale in Sabina, alto lazio e dunque pensavo che avessero potuto attingere alla qualità dei nostri prodotti, alla raffinatezza del nostro palato.

L´ho scelto perché per il costo  esorbitante della ciena, mi aspettavo un servizio impeccabile, avevo voglia di una "cena" speciale insomma...

Sono rimasta delusa da tutto, a parte dalla tartare di pesce.
Il vino niente di che, la pasta troppo piccante, e soprattutto le porzioni veramente esegue...un assaggino di tutto, diviso per due.. per non parlare del servizio, insomma per una cifra del genere non puoi farmi mangiare con un servizio di piatti che sembrava quello da tutti i giorni che usava mia nonna, con dei bicchieri da osteria, delle posate che spesso mancavano e soprattutto ritrovarmi a dovermi alzare per chiedere le cose perché chi doveva servirci si era giá messo a tavola...insomma non lo consiglio assolutamente.

Ma se poi volete andarci di sera consultate prima il sito http://www.lavanderiavecchia.de/
Uomo avvisato mezzo salvato!!!

lunedì 27 gennaio 2014

berlin addicted: Gnomi dei musei



da quando sono arrivata a berlino la prima volta ad oggi, ho vissuto in vari altri posti. in alcune occasioni sono anche tornata in italia, spostandomi da una città all'altra a seconda della possibilità di collaborazioni per progetti. ma quando è nato mio figlio, avevo proprio deciso di farlo nascere e crescere al sud, da dove vengo io. 
dove c'è la mia famiglia, le mie amiche [e qualche amico], il mio mare. era una decisione romantica. e come tutte le decisioni romantiche, piuttosto debole nelle fondamenta. non ho scelto il periodo giusto, questo è indubbio. e mi sono destreggiata tra inizio della crisi e maternità, per completare con la ciliegina sulla torta di una non desiderata singletudine.

In tutto ciò però, mio figlio cresceva spavaldo e sorridente, alla faccia delle difficoltà. cresceva e cresceva, faceva un sacco di domande di quelle che alcune volte vorresti fingere un impegno improvviso. e alcune volte, le prendi come spunto per scoprire cose nuove o rimaneggiarne di vecchie.
e fu per uno di questi impietosi terzi gradi che scrissi questi appunti il 2 settembre del 2010. ci ripensavo oggi che pensavamo di fare visita ad uno dei musei per bambini di berlino, ma non sapevamo quale scegliere. ma ce n'è uno che è tra i nostri preferiti in assoluto, delle cui visite vi parlerò un'altra volta, ed è il naturkunde museum, dove c'è un gigantesco scheletro di brachiosauro. invece dove stavamo noi allora, di museo ce n'era uno solo. e noi ci andammo.
 
gnomi dei musei

ma niente. é che stamattina gli stavo leggendo un libro sui dinosauri. e gli spiegavo che non esistono piú. da tanto. da prima che nascesse lui. e  anche io. e anche i nonni. proprio tanto tempo. é difficile spiegare il tempo ai bambini. mio figlio quando gli dico di andare a fare la pipí, mi dice *l´ho giá fatta dopo*... allora gli ho detto che é cosí tanto tempo che nessuno li ha mai visti. restano solo le ossa di questi animali. e che ci sono i paleontologi che le trovano sotto terra. e che le puliscono e le mettono nei musei. e che ce n´é uno a genova dove i nonni portavano la mamma da piccola dove c´é uno scheletro di dinosauro e n o r m e. almeno io me lo ricordo cosí. *e cosa sono i musei?* beh. sono delle case dove si mettono delle cose che la gente vuole andare a vedere. * e dove sono questi musei?* ah. beh. qui a taranto effettivamente ne abbiamo uno.







 non ha dinosauri. ma si possono vedere un sacco di cose di come eravamo noi tantissimo tempo fa. proprio noi. tarantini. o quasi. *mamma. portami a vedere il museo* ah. beh. certo. dovevo dare un occhio alla posta. stampare una cosa. ordinare quelle carte... ma. va bene. andiamo va. e cosí mi sono ritrovata al museo archeologico di taranto. la mia cittá. non ci andavo da quando ero piccola. ed ho scoperto che é bello. bellissimo cacchio. ad un certo punto mio figlio ha urlato nel silenzio *guaddaaaa le papelelleeeeee* in realtá non abbiamo disturbato nessuno visto che nel museo c´erano una coppia di francesi che erano giá andati avanti ed una signorina che si aggirava in maniera cosí interessata da lasciar pensare che stesso studiando per una tesi di laurea. forse. ma l´urletto di mio figlio ha fatto accorrere una gentile signora dall´ingresso della sala che ci ha spiegato che quelli erano i giochi dei bambini dell´antica grecia. 

molto simili a quelli odierni. io intanto ringraziavo mentalmente per aver fatto un figlio nell´era della plastica e della gomma perché una paperella di terracotta lanciata contro lo specchio del bagno un giorno sí e l´altro pure sarebbe stata causa di non pochi danni economici con rischio di seri danni fisici. pensavo anche con compassione alle povere teste dei nonni, tra i bersagli preferiti dal nano. ad ogni modo la signora é stata gentilissima. ha fatto solo l´errore di chiederci se avessimo bisogno di qualcos´altro *voglio l´acqua* ah. paonazza la signora adesso. beh. il punto ristoro a dire il vero non é ancora attivo. ma da quanto avete ristrutturato? circa 3 anni. ah. peró. ed io porcaccia la miseria porto sempre dietro un borsone enorme dove c´é di tutto. cambi per le pipí monelle che escono da sole i premi per gli avvisi le cremine per qualsiasi evenienza spray per zanzare termometri rimedi omeopatici di ogni genere libri per gli improvvisi attacchi di noia tarallini e l´acqua cacchio. sempre ce l´ho l´acqua. ma siamo usciti cosí senza soffermarci tanto a pensare... e quindi. ho solo la borsa. telefonini patente sigarette per i momenti di relax posta non letta (appunto) etc. una corsa spasmodica a cercare l`acqua. nessuno ha neanche una bottiglietta privata. saranno tutti morti per disidratazione i dipendenti del museo entro la sera. con sto caldo poi.



siamo passati dal magnifico chiostro. abbiamo fatto un paio di foto imbronciate e con la lingua da fuori per mostrarmi quanto fosse impellente il suo bisogno di idratarsi. siamo schizzati fuori. mentre un tale della reception mi spiegava dove trovare un bar. ma siamo di taranto noi. ah. allora... ci siamo lasciati alle spalle una faccia perplessa. 

dadà [berlin addicted]


lunedì 13 gennaio 2014

berlin addicted: Sophiensaele

TANZ TAGE BERLIN 2014
lee meir & maya weinberg – if it's fun
juan gabriel harcha – angela loij
gennaio 09-10  ore 20.30  festsaal




entrare al sophiensaele dopo tanto tempo é stato emozionante. certo, la lucidità assoluta non é durata un granché, visto che seduteci nel bar del teatro, la mia amica giornalista milanese, in vacanza a berlino, ed io, abbiamo malauguratamente ordinato un vinello. il problema é che i tedeschi pensano l'alcol in 'boccali', stessa unità di misura adottata per il mio grauer burgunder. ad una mamma che si nutre al massimo di sorrisi di figlio e tisane ormai da anni, una 'pinta' di vino fa un certo effetto.



il cortile di sophiensaele ci ha dunque accolte, me barcollante, per il rito di una delle, poche anche quelle, sigarette rimaste. che goduria restare, occhi alla luna, col cappotto sulle spalle nello spazio rosso di mattoni che inquadra il cielo sopra il teatro. mi chiedo sempre, scossa da un brivido, se questa mia passione per l'atmosfera nordica, non sia dovuta ad una mia precedente vita. venendo io dal sud dell'italia non può che essere così.
ma per non tergiversare ancora. liberateci delle vesti in eccesso, risaliamo le scale dell'edificio dall'aria decadente, e rientriamo nel bar. a breve finalmente aprono le porte della festsaal. educati e composti come di abitudine da queste parti, scivoliamo, almeno così sembra a me, all'interno della sala. io mi inebrio, e non per l'alcol. questo posto mi ha sempre fatto questo effetto, da quando me lo fecero scoprire 13 anni fa. del resto, forse, l'essere architetto influisce sulle mie sensazioni all'interno degli spazi. che ne dite? io amo berlino per questi suoi aspetti decadenti. muri su cui si legge la storia.


pavimenti di legno scricchiolanti sotto i passi. per me qui é sempre 'midnight' però 'in berlin'. torno indietro nel tempo al solo avvertire l'odore di una vecchia porta. e solo che, tornare indietro nel tempo a casaccio, in questa città può essere molto pericoloso. che pena. restiamo nel presente. nella mia viuzza berlinese preferita, nella hochzeitsal del sophiensaele, fortemente voluta da sasha waltz. e come darle torto.
due giovani danzatrici davanti a noi, già sedute all'interno della scena, si accingono a dimostrarci quanto si sia diluito il senso dell'arte, tra forzature inutili e troppe parole. svuotate dai significati. torturate dalle esigenze di mercato.







investiti da luoghi troppo carichi di 'cose'. feticci accumulati senza sosta in ogni dove, tra i quali dovremmo cercare estasi creativa. in realtà, come ormai spesso accade, quello che si manifesta è un disagio, molto poco creativo. logorroico, come lo siamo tutti noi che collezioniamo parole esattamente come gli oggetti. scritte, parlate, ma soprattutto, digitali. non è stata una piece particolarmente attraente. vi dirò che, sarà per il vino, sarà per la ripetizione [non la ripetizione che ci piace eh? c'è modo e modo] insomma io ogni tanto gli occhi li ho chiusi. ed ho pure sognato spettacoli inenarrabili visti anni prima all'interno delle stesse mura. questo per dire che c'erano idee e spunti interessanti che sarebbe bastato rappresentare in soli 10 minuti.


al contrario il pezzo successivo. quello a cui abbiamo assistito dopo una lunga pausa di mezz'ora, in cui c'è stato tempo sufficiente per studiarci tra noi, pubblico pagante. il bar del sophiensaele era uno dei miei posti preferiti. durante le mie prime frequentazioni berlinesi, raggiungevo il mio storico compagno nella casa di neue schoenhauser. era il tempo in cui sotto casa c'era lo schwarz rabe. c'era un ristorante giapponese dove facevano performance di buto. il kino central era un posto alternativo conosciuto dagli indigeni che proiettava per mesi di fila un vecchio jarmusch e non un centro di attrazione per sciami di turisti. e poi c'era il baretto del sophiensaele proprio lì, dietro casa. quante volte ci sono andata anche solo per bere un bicchiere di vino, ascoltare la musica e sentirmi parte di qualcosa che a berlino friccicava nell'aria senza sosta. quel pensiero che tutto potesse accadere. che l'arte ci dovesse sommergere. abbracciare. soffocare addirittura. che ne saremmo scappati noi addirittura.
e invece ora, che ancora amo questa città, ci ritroviamo in pochi vecchi aficionados rimasti, chiedendoci dove sia andata a finire. orfani di qualcosa di incredibile che ha lasciato il posto alla solita noiosa gentryfication. alla speculazione. al nulla dell'uomo. e lì al baretto del sophiensaele c'era un concentrato di emozioni alla spina. il bar chiaramente ha subito delle manomissioni nel frattempo. i vecchi tavolini tutti diversi ed un po' sgarrupati, hanno lasciato il posto ad una fila di tavolini scadenti tutti uguali. il bancone era in una nicchia e adesso c'è un lunghissimo inutile bancone da discoteca un po' algido nel mezzo della bella sala. qualche vecchia sedia di teatro ancora resiste. due poltrone in cui ci si può sedere ed indossare cuffie per ascoltare musica e guardare una proiezione sull'intonaco scrostato. ma per il resto, la sensazione che si respira è molto simile a quella di allora. abbiamo conosciuto una coreografa di bolzano. una donna bella ed elegante che voleva discutere con noi del pezzo appena terminato. andava ad una festa. abbiamo avuto l'istinto di seguirla... ma invece siamo rientrate a vedere un brevissimo e preziosissimo pezzo di un unico ballerino, completamente nudo, con il corpo dipinto di nero a strisce bianche. come se fosse un oggetto ornamentale. un gioiello che avrei voluto vedere muoversi per almeno un'altra mezzora ed invece ci ha dedicato davvero pochissimo tempo. un plauso alla costumista che gli ha legato addosso a metà della piece una codona da formichiere realizzata meravigliosamente, che è stata la ciliegina sulla torta della performance. codona che ha iniziato a partecipare ai movimenti essenziali armoniosi coinvolgenti del ballerino come se facesse davvero parte del suo corpo. la delusione si è letta sui volti di ognuno quando le luci si sono spente ed al loro riaccendersi, il ballerino s'inchinava per ringraziare. come mostrare una torta ad un bimbo e poi togliergliela appena immerso il dito nella panna. panico.
siamo usciti piuttosto mesti ed interdetti. ma noi, per riacquistare il sorriso, abbiamo pensato bene di fare un salto alla buona vecchia claerchens ballhaus proprio lì vicino. un pilastro, una sicurezza. quella sai che resta lì, in una città sempre in cambiamento.
beh. forse sarebbe meglio non dirlo.

dadà [berlin addicted]